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Questi parea che contra me venisse con la test alta e con rabbiosa fame, sì che parea che l aere ne tremesse.Ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e molte genti fé già viver grame, questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch uscia di sua vista, ch io perdei la speranza de l altezza.

cominciai Poeta, volontieri parlerei a quei due che nsieme vanno, e paion sì al vento esser leggeri.Ed elli a me Vedrai quando saranno più presso a noi e tu allor li priega per quello amor che i mena, ed ei verranno.Sì tosto come il vento a noi li piega, mossi la voce O anime affannate, venite a noi parlar, s altri nol niega.

cominciai Poeta che mi guidi, guarda la mia virtù s ell è possente, prima ch a l alto passo tu mi fidi.Tu dici che di Silvïo il parente, corruttibile ancora, ad immortale secolo andò, e fu sensibilmente.Però, se l avversario d ogne male cortese i fu, pensando l alto effetto ch uscir dovea di lui, e l chi e l quale non pare indegno ad omo d intelletto ch e fu de l alma Roma e di suo impero ne l empireo ciel per padre eletto la quale e l quale, a voler dir lo vero, fu stabilita per lo loco santo u siede il successor del maggior Piero.

Elena vedi, per cui tanto reo tempo si volse, e vedi l grande Achille, che con amore al fine combatteo.Vedi Parìs, Tristano e più di mille ombre mostrommi e nominommi a dito, ch amor di nostra vita dipartille.Poscia ch io ebbi l mio dottore udito nomar le donne antiche e cavalieri, pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte vanno a vicenda ciascuna al giudizio, dicono e odono e poi son giù volte. O tu che vieni al doloroso ospizio, disse Minòs a me quando mi vide, lasciando l atto di cotanto offizio, guarda com entri e di cui tu ti fide non t inganni l ampiezza de l intrare.

vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna con lei ti lascerò nel mio partire ché quello imperador che là sù regna, perch i fu ribellante a la sua legge, non vuol che n sua città per me si vegna.In tutte parti impera e quivi regge quivi è la sua città e l alto seggio oh felice colui cu ivi elegge.

Giustizia mosse il mio alto fattore fecemi la divina podestate, la somma sapïenza e l primo amore.Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro.Lasciate ogne speranza, voi ch intrate.Queste parole di colore oscuro vid ïo scritte al sommo d una porta per ch io Maestro, il senso lor m è duro.

mondo non fur mai persone ratte a far lor pro o a fuggir lor danno, com io, dopo cotai parole fatte, venni qua giù del mio beato scanno, fidandomi del tuo parlare onesto, ch onora te e quei ch udito l hanno.Poscia che m ebbe ragionato questo, li occhi lucenti lagrimando volse, per che mi fece del venir più presto.

Questi la caccerà per ogne villa, fin che l avrà rimessa ne lo nferno, là onde nvidia prima dipartilla.Ond io per lo tuo me penso e discerno che tu mi segui, e io sarò tua guida, e trarrotti di qui per loco etterno ove udirai le disperate strida, vedrai li antichi spiriti dolenti, ch a la seconda morte ciascun grida e vederai color che son contenti nel foco, perché speran di venire quando che sia a le beate genti.

Intanto voce fu per me udita Onorate l altissimo poeta l ombra sua torna, ch era dipartita.Poi che la voce fu restata e queta, vidi quattro grand ombre a noi venire sembianz avevan né trista né lieta.Lo buon maestro cominciò a dire Mira colui con quella spada in mano, che vien dinanzi ai tre sì come sire quelli è Omero poeta sovrano l altro è Orazio satiro che vene Ovidio è l terzo, e l ultimo Lucano.

Caccianli i ciel per non esser men belli, né lo profondo inferno li riceve, ch alcuna gloria i rei avrebber d elli.E io Maestro, che è tanto greve a lor che lamentar li fa sì forte.Rispuose Dicerolti molto breve.Questi non hanno speranza di morte, e la lor cieca vita è tanto bassa, che nvidïosi son d ogne altra sorte.

Ritorna a tua scïenza, che vuol, quanto la cosa è più perfetta, più senta il bene, e così la doglienza.Tutto che questa gente maladetta in vera perfezion già mai non vada, di là più che di qua essere aspetta.Noi aggirammo a tondo quella strada, parlando più assai ch i non ridico venimmo al punto dove si digrada quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

innalzai un poco più le ciglia, vidi l maestro di color che sanno seder tra filosofica famiglia.Tutti lo miran, tutti onor li fanno quivi vid ïo Socrate e Platone, che nnanzi a li altri più presso li stanno Democrito che l mondo a caso pone, Dïogenès, Anassagora e Tale, Empedoclès, Eraclito e Zenone e vidi il buono accoglitor del quale, Dïascoride dico e vidi Orfeo, Tulïo e Lino e Seneca morale Euclide geomètra e Tolomeo, Ipocràte, Avicenna e Galïeno, Averoìs, che l gran comento feo.

Quinci fuor quete le lanose gote al nocchier de la livida palude, che ntorno a li occhi avea di fiamme rote.Ma quell anime, ch eran lasse e nude, cangiar colore e dibattero i denti, ratto che nteser le parole crude.Bestemmiavano Dio e lor parenti, l umana spezie e l loco e l tempo e l seme di lor semenza e di lor nascimenti.

angoscia che tu hai forse ti tira fuor de la mia mente, sì che non par ch i ti vedessi mai.Ma dimmi chi tu se che n sì dolente loco se messo, e hai sì fatta pena, che, s altra è maggio, nulla è sì spiacente.Ed elli a me La tua città, ch è piena d invidia sì che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena.

Quali colombe dal disio chiamate con l ali alzate e ferme al dolce nido vegnon per l aere, dal voler portate cotali uscir de la schiera ov è Dido, a noi venendo per l aere maligno, sì forte fu l affettüoso grido. O animal grazïoso e benigno che visitando vai per l aere perso noi che tignemmo il mondo di sanguigno, se fosse amico il re de l universo, noi pregheremmo lui de la tua pace, poi c hai pietà del nostro mal perverso.

Ruppemi l alto sonno ne la testa un greve truono, sì ch io mi riscossi come persona ch è per forza desta e l occhio riposato intorno mossi, dritto levato, e fiso riguardai per conoscer lo loco dov io fossi.Vero è che n su la proda mi trovai de la valle d abisso dolorosa che ntrono accoglie d infiniti guai.

giorno se n andava, e l aere bruno toglieva li animai che sono in terra da le fatiche loro e io sol uno m apparecchiava a sostener la guerra sì del cammino e sì de la pietate, che ritrarrà la mente che non erra.O muse, o alto ingegno, or m aiutate o mente che scrivesti ciò ch io vidi, qui si parrà la tua nobilitate.

volere è d ambedue tu duca, tu segnore e tu maestro.Così li dissi e poi che mosso fue, intrai per lo cammino alto e silvestro. Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.

Quando vidi costui nel gran diserto, Miserere di me, gridai a lui, qual che tu sii, od ombra od omo certo.Rispuosemi Non omo, omo già fui, e li parenti miei furon lombardi, mantoani per patrïa ambedui.Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, e vissi a Roma sotto l buono Augusto nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Quando rispuosi, cominciai Oh lasso, quanti dolci pensier, quanto disio menò costoro al doloroso passo.Poi mi rivolsi a loro e parla io, e cominciai Francesca, i tuoi martìri a lagrimar mi fanno tristo e pio.Ma dimmi al tempo d i dolci sospiri, a che e come concedette amore che conosceste i dubbiosi disiri.

Così discesi del cerchio primaio giù nel secondo, che men loco cinghia e tanto più dolor, che punge a guaio.Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia essamina le colpe ne l intrata giudica e manda secondo ch avvinghia.Dico che quando l anima mal nata li vien dinanzi, tutta si confessa e quel conoscitor de le peccata vede qual loco d inferno è da essa cignesi con la coda tante volte quantunque gradi vuol che giù sia messa.

ntese il mio parlar coverto, rispuose Io era nuovo in questo stato, quando ci vidi venire un possente, con segno di vittoria coronato.Trasseci l ombra del primo parente, d Abèl suo figlio e quella di Noè, di Moïsè legista e ubidente Abraàm patrïarca e Davìd re, Israèl con lo padre e co suoi nati e con Rachele, per cui tanto fé, e altri molti, e feceli beati.

quelli Ei son tra l anime più nere diverse colpe giù li grava al fondo se tanto scendi, là i potrai vedere.Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti ch a la mente altrui mi rechi più non ti dico e più non ti rispondo.Li diritti occhi torse allora in biechi guardommi un poco e poi chinò la testa cadde con essa a par de li altri ciechi.

altri poeti onore e lume, vagliami l lungo studio e l grande amore che m ha fatto cercar lo tuo volume.Tu se lo mio maestro e l mio autore, tu se solo colui da cu io tolsi lo bello stilo che m ha fatto onore.Vedi la bestia per cu io mi volsi aiutami da lei, famoso saggio, ch ella mi fa tremar le vene e i polsi.

Quinci non passa mai anima buona e però, se Caron di te si lagna, ben puoi sapere omai che l suo dir suona.Finito questo, la buia campagna tremò sì forte, che de lo spavento la mente di sudore ancor mi bagna.La terra lagrimosa diede vento, che balenò una luce vermiglia la qual mi vinse ciascun sentimento e caddi come l uom cui sonno piglia.

Allor fu la paura un poco queta, che nel lago del cor m era durata la notte ch i passai con tanta pieta.E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l acqua perigliosa e guata, così l animo mio, ch ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva.

terzo cerchio, de la piova etterna, maladetta, fredda e greve regola e qualità mai non l è nova.Grandine grossa, acqua tinta e neve per l aere tenebroso si riversa pute la terra che questo riceve.Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa.

Tacette allora, e poi comincia io O donna di virtù sola per cui l umana spezie eccede ogne contento di quel ciel c ha minor li cerchi sui, tanto m aggrada il tuo comandamento, che l ubidir, se già fosse, m è tardi più non t è uo ch aprirmi il tuo talento.

Lucia, nimica di ciascun crudele, si mosse, e venne al loco dov i era, che mi sedea con l antica Rachele.Disse Beatrice, loda di Dio vera, ché non soccorri quei che t amò tanto, ch uscì per te de la volgare schiera Non odi tu la pieta del suo pianto, non vedi tu la morte che l combatte su la fiumana ove l mar non ha vanto.

Amor, ch a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m abbandona.Amor condusse noi ad una morte.Caina attende chi a vita ci spense.Queste parole da lor ci fuor porte.Quand io intesi quell anime offense, china il viso, e tanto il tenni basso, fin che l poeta mi disse Che pense.

movi, e con la tua parola ornata e con ciò c ha mestieri al suo campare, l aiuta sì ch i ne sia consolata.I son Beatrice che ti faccio andare vegno del loco ove tornar disio amor mi mosse, che mi fa parlare.Quando sarò dinanzi al segnor mio, di te mi loderò sovente a lui.

volontieri acquista, e giugne l tempo che perder lo face, che n tutti suoi pensier piange e s attrista tal mi fece la bestia sanza pace, che, venendomi ncontro, a poco a poco mi ripigneva là dove l sol tace.Mentre ch i rovinava in basso loco, dinanzi a li occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio parea fioco.

rigavan lor di sangue il volto, che, mischiato di lagrime, a lor piedi da fastidiosi vermi era ricolto.E poi ch a riguardar oltre mi diedi, vidi genti a la riva d un gran fiume per ch io dissi Maestro, or mi concedi ch i sappia quali sono, e qual costume le fa di trapassar parer sì pronte, com i discerno per lo fioco lume.

venire io m abbandono, temo che la venuta non sia folle.Se savio intendi me ch i non ragiono.E qual è quei che disvuol ciò che volle e per novi pensier cangia proposta, sì che dal cominciar tutto si tolle, tal mi fec ïo n quella oscura costa, perché, pensando, consumai la mpresa che fu nel cominciar cotanto tosta.

costì, anima viva, pàrtiti da cotesti che son morti.Ma poi che vide ch io non mi partiva, disse Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare più lieve legno convien che ti porti.E l duca lui Caron, non ti crucciare vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.

quest andata onde li dai tu vanto, intese cose che furon cagione di sua vittoria e del papale ammanto.Andovvi poi lo Vas d elezïone, per recarne conforto a quella fede ch è principio a la via di salvazione.Ma io, perché venirvi o chi l concede Io non Enëa, io non Paulo sono me degno a ciò né io né altri l crede.

quella a me Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria e ciò sa l tuo dottore.Ma s a conoscer la prima radice del nostro amor tu hai cotanto affetto, dirò come colui che piange e dice.Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Poscia ch io v ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto.Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta d i cattivi, a Dio spiacenti e a nemici sui.Questi sciaurati, che mai non fur vivi, erano ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe ch eran ivi.

lungi n eravamo ancora un poco, ma non sì ch io non discernessi in parte ch orrevol gente possedea quel loco. O tu ch onori scïenzïa e arte, questi chi son c hanno cotanta onranza, che dal modo de li altri li diparte.E quelli a me L onrata nominanza che di lor suona sù ne la tua vita, grazïa acquista in ciel che sì li avanza.

error la testa cinta, dissi Maestro, che è quel ch i odo e che gent è che par nel duol sì vinta.Ed elli a me Questo misero modo tegnon l anime triste di coloro che visser sanza nfamia e sanza lodo.Mischiate sono a quel cattivo coro de li angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Molti son li animali a cui s ammoglia, e più saranno ancora, infin che l veltro verrà, che la farà morir con doglia.Questi non ciberà terra né peltro, ma sapïenza, amore e virtute, e sua nazion sarà tra feltro e feltro.Di quella umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute.

fatta da Dio, sua mercé, tale, che la vostra miseria non mi tange, né fiamma d esto ncendio non m assale.Donna è gentil nel ciel che si compiange di questo mpedimento ov io ti mando, sì che duro giudicio là sù frange.Questa chiese Lucia in suo dimando e disse Or ha bisogno il tuo fedele di te, e io a te lo raccomando.

posso ritrar di tutti a pieno, però che sì mi caccia il lungo tema, che molte volte al fatto il dir vien meno.La sesta compagnia in due si scema per altra via mi mena il savio duca, fuor de la queta, ne l aura che trema.E vegno in parte ove non è che luca.

sappi che, dinanzi ad essi, spiriti umani non eran salvati.Non lasciavam l andar perch ei dicessi, ma passavam la selva tuttavia, la selva, dico, di spiriti spessi.Non era lunga ancor la nostra via di qua dal sonno, quand io vidi un foco ch emisperio di tenebre vincia.

distese le sue spanne, prese la terra, e con piene le pugna la gittò dentro a le bramose canne.Qual è quel cane ch abbaiando agogna, e si racqueta poi che l pasto morde, ché solo a divorarlo intende e pugna, cotai si fecer quelle facce lorde de lo demonio Cerbero, che ntrona l anime sì, ch esser vorrebber sorde.

mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita.Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura Tant è amara che poco è più morte ma per trattar del ben ch i vi trovai, dirò de l altre cose ch i v ho scorte.

principio del mattino, e l sol montava n sù con quelle stelle ch eran con lui quando l amor divino mosse di prima quelle cose belle sì ch a bene sperar m era cagione di quella fiera a la gaetta pelle l ora del tempo e la dolce stagione ma non sì che paura non mi desse la vista che m apparve d un leone.