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ntese il mio parlar coverto, rispuose Io era nuovo in questo stato, quando ci vidi venire un possente, con segno di vittoria coronato.Trasseci l ombra del primo parente, d Abèl suo figlio e quella di Noè, di Moïsè legista e ubidente Abraàm patrïarca e Davìd re, Israèl con lo padre e co suoi nati e con Rachele, per cui tanto fé, e altri molti, e feceli beati.
Poscia ch io v ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto.Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta d i cattivi, a Dio spiacenti e a nemici sui.Questi sciaurati, che mai non fur vivi, erano ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe ch eran ivi.
cominciai Poeta che mi guidi, guarda la mia virtù s ell è possente, prima ch a l alto passo tu mi fidi.Tu dici che di Silvïo il parente, corruttibile ancora, ad immortale secolo andò, e fu sensibilmente.Però, se l avversario d ogne male cortese i fu, pensando l alto effetto ch uscir dovea di lui, e l chi e l quale non pare indegno ad omo d intelletto ch e fu de l alma Roma e di suo impero ne l empireo ciel per padre eletto la quale e l quale, a voler dir lo vero, fu stabilita per lo loco santo u siede il successor del maggior Piero.
Tacette allora, e poi comincia io O donna di virtù sola per cui l umana spezie eccede ogne contento di quel ciel c ha minor li cerchi sui, tanto m aggrada il tuo comandamento, che l ubidir, se già fosse, m è tardi più non t è uo ch aprirmi il tuo talento.
Giustizia mosse il mio alto fattore fecemi la divina podestate, la somma sapïenza e l primo amore.Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro.Lasciate ogne speranza, voi ch intrate.Queste parole di colore oscuro vid ïo scritte al sommo d una porta per ch io Maestro, il senso lor m è duro.
conte quando noi fermerem li nostri passi su la trista riviera d Acheronte.Allor con li occhi vergognosi e bassi, temendo no l mio dir li fosse grave, infino al fiume del parlar mi trassi.Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando Guai a voi, anime prave Non isperate mai veder lo cielo i vegno per menarvi a l altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e n gelo.
color che son sospesi, e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi.Lucevan li occhi suoi più che la stella e cominciommi a dir soave e piana, con angelica voce, in sua favella O anima cortese mantoana, di cui la fama ancor nel mondo dura, e durerà quanto l mondo lontana, l amico mio, e non de la ventura, ne la diserta piaggia è impedito sì nel cammin, che vòlt è per paura e temo che non sia già sì smarrito, ch io mi sia tardi al soccorso levata, per quel ch i ho di lui nel cielo udito.
mondo esser non lassa misericordia e giustizia li sdegna non ragioniam di lor, ma guarda e passa.E io, che riguardai, vidi una nsegna che girando correva tanto ratta, che d ogne posa mi parea indegna e dietro le venìa sì lunga tratta di gente, ch i non averei creduto che morte tanta n avesse disfatta.
quest andata onde li dai tu vanto, intese cose che furon cagione di sua vittoria e del papale ammanto.Andovvi poi lo Vas d elezïone, per recarne conforto a quella fede ch è principio a la via di salvazione.Ma io, perché venirvi o chi l concede Io non Enëa, io non Paulo sono me degno a ciò né io né altri l crede.
altri poeti onore e lume, vagliami l lungo studio e l grande amore che m ha fatto cercar lo tuo volume.Tu se lo mio maestro e l mio autore, tu se solo colui da cu io tolsi lo bello stilo che m ha fatto onore.Vedi la bestia per cu io mi volsi aiutami da lei, famoso saggio, ch ella mi fa tremar le vene e i polsi.
quelli a me Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l altra con molta offensione.Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia.Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n aonti.
ridir com i v intrai, tant era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai.Ma poi ch i fui al piè d un colle giunto, là dove terminava quella valle che m avea di paura il cor compunto, guardai in alto e vidi le sue spalle vestite già de raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle.
angoscia de le genti che son qua giù, nel viso mi dipigne quella pietà che tu per tema senti.Andiam, ché la via lunga ne sospigne.Così si mise e così mi fé intrare nel primo cerchio che l abisso cigne.Quivi, secondo che per ascoltare, non avea pianto mai che di sospiri che l aura etterna facevan tremare ciò avvenia di duol sanza martìri, ch avean le turbe, ch eran molte e grandi, d infanti e di femmine e di viri.
Galeotto fu l libro e chi lo scrisse quel giorno più non vi leggemmo avante.Mentre che l uno spirto questo disse, l altro piangëa sì che di pietade io venni men così com io morisse.E caddi come corpo morto cade.Al tornar de la mente, che si chiuse dinanzi a la pietà d i due cognati, che di trestizia tutto mi confuse, novi tormenti e novi tormentati mi veggio intorno, come ch io mi mova e ch io mi volga, e come che io guati.
maestro a me Tu non dimandi che spiriti son questi che tu vedi Or vo che sappi, innanzi che più andi, ch ei non peccaro e s elli hanno mercedi, non basta, perché non ebber battesmo, ch è porta de la fede che tu credi e s e furon dinanzi al cristianesmo, non adorar debitamente a Dio e di questi cotai son io medesmo.
venni a te così com ella volse d inanzi a quella fiera ti levai che del bel monte il corto andar ti tolse.Dunque che è perché, perché restai, perché tanta viltà nel core allette, perché ardire e franchezza non hai, poscia che tai tre donne benedette curan di te ne la corte del cielo, e l mio parlar tanto ben ti promette.
Ruppemi l alto sonno ne la testa un greve truono, sì ch io mi riscossi come persona ch è per forza desta e l occhio riposato intorno mossi, dritto levato, e fiso riguardai per conoscer lo loco dov io fossi.Vero è che n su la proda mi trovai de la valle d abisso dolorosa che ntrono accoglie d infiniti guai.
volere è d ambedue tu duca, tu segnore e tu maestro.Così li dissi e poi che mosso fue, intrai per lo cammino alto e silvestro. Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.
Intanto voce fu per me udita Onorate l altissimo poeta l ombra sua torna, ch era dipartita.Poi che la voce fu restata e queta, vidi quattro grand ombre a noi venire sembianz avevan né trista né lieta.Lo buon maestro cominciò a dire Mira colui con quella spada in mano, che vien dinanzi ai tre sì come sire quelli è Omero poeta sovrano l altro è Orazio satiro che vene Ovidio è l terzo, e l ultimo Lucano.
Giusti son due, e non vi sono intesi superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c hanno i cuori accesi.Qui puose fine al lagrimabil suono.E io a lui Ancor vo che mi nsegni e che di più parlar mi facci dono.Farinata e l Tegghiaio, che fuor sì degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e l Mosca e li altri ch a ben far puoser li ngegni, dimmi ove sono e fa ch io li conosca ché gran disio mi stringe di savere se l ciel li addolcia o lo nferno li attosca.