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giorno se n andava, e l aere bruno toglieva li animai che sono in terra da le fatiche loro e io sol uno m apparecchiava a sostener la guerra sì del cammino e sì de la pietate, che ritrarrà la mente che non erra.O muse, o alto ingegno, or m aiutate o mente che scrivesti ciò ch io vidi, qui si parrà la tua nobilitate.
Quinci fuor quete le lanose gote al nocchier de la livida palude, che ntorno a li occhi avea di fiamme rote.Ma quell anime, ch eran lasse e nude, cangiar colore e dibattero i denti, ratto che nteser le parole crude.Bestemmiavano Dio e lor parenti, l umana spezie e l loco e l tempo e l seme di lor semenza e di lor nascimenti.
Molti son li animali a cui s ammoglia, e più saranno ancora, infin che l veltro verrà, che la farà morir con doglia.Questi non ciberà terra né peltro, ma sapïenza, amore e virtute, e sua nazion sarà tra feltro e feltro.Di quella umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d Anchise che venne di Troia, poi che l superbo Ilïón fu combusto.Ma tu perché ritorni a tanta noia perché non sali il dilettoso monte ch è principio e cagion di tutta gioia. Or se tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar sì largo fiume, rispuos io lui con vergognosa fronte.
Intesi ch a così fatto tormento enno dannati i peccator carnali, che la ragion sommettono al talento.E come li stornei ne portan l ali nel freddo tempo, a schiera larga e piena, così quel fiato li spiriti mali di qua, di là, di giù, di sù li mena nulla speranza li conforta mai, non che di posa, ma di minor pena.
vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna con lei ti lascerò nel mio partire ché quello imperador che là sù regna, perch i fu ribellante a la sua legge, non vuol che n sua città per me si vegna.In tutte parti impera e quivi regge quivi è la sua città e l alto seggio oh felice colui cu ivi elegge.
venni a te così com ella volse d inanzi a quella fiera ti levai che del bel monte il corto andar ti tolse.Dunque che è perché, perché restai, perché tanta viltà nel core allette, perché ardire e franchezza non hai, poscia che tai tre donne benedette curan di te ne la corte del cielo, e l mio parlar tanto ben ti promette.
color che son sospesi, e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi.Lucevan li occhi suoi più che la stella e cominciommi a dir soave e piana, con angelica voce, in sua favella O anima cortese mantoana, di cui la fama ancor nel mondo dura, e durerà quanto l mondo lontana, l amico mio, e non de la ventura, ne la diserta piaggia è impedito sì nel cammin, che vòlt è per paura e temo che non sia già sì smarrito, ch io mi sia tardi al soccorso levata, per quel ch i ho di lui nel cielo udito.
costì, anima viva, pàrtiti da cotesti che son morti.Ma poi che vide ch io non mi partiva, disse Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare più lieve legno convien che ti porti.E l duca lui Caron, non ti crucciare vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.
innalzai un poco più le ciglia, vidi l maestro di color che sanno seder tra filosofica famiglia.Tutti lo miran, tutti onor li fanno quivi vid ïo Socrate e Platone, che nnanzi a li altri più presso li stanno Democrito che l mondo a caso pone, Dïogenès, Anassagora e Tale, Empedoclès, Eraclito e Zenone e vidi il buono accoglitor del quale, Dïascoride dico e vidi Orfeo, Tulïo e Lino e Seneca morale Euclide geomètra e Tolomeo, Ipocràte, Avicenna e Galïeno, Averoìs, che l gran comento feo.
Intanto voce fu per me udita Onorate l altissimo poeta l ombra sua torna, ch era dipartita.Poi che la voce fu restata e queta, vidi quattro grand ombre a noi venire sembianz avevan né trista né lieta.Lo buon maestro cominciò a dire Mira colui con quella spada in mano, che vien dinanzi ai tre sì come sire quelli è Omero poeta sovrano l altro è Orazio satiro che vene Ovidio è l terzo, e l ultimo Lucano.
Così sen vanno su per l onda bruna, e avanti che sien di là discese, anche di qua nuova schiera s auna. Figliuol mio, disse l maestro cortese, quelli che muoion ne l ira di Dio tutti convegnon qui d ogne paese e pronti sono a trapassar lo rio, ché la divina giustizia li sprona, sì che la tema si volve in disio.
Però che ciascun meco si convene nel nome che sonò la voce sola, fannomi onore, e di ciò fanno bene.Così vid i adunar la bella scola di quel segnor de l altissimo canto che sovra li altri com aquila vola.Da ch ebber ragionato insieme alquanto, volsersi a me con salutevol cenno, e l mio maestro sorrise di tanto e più d onore ancora assai mi fenno, ch e sì mi fecer de la loro schiera, sì ch io fui sesto tra cotanto senno.
lungi n eravamo ancora un poco, ma non sì ch io non discernessi in parte ch orrevol gente possedea quel loco. O tu ch onori scïenzïa e arte, questi chi son c hanno cotanta onranza, che dal modo de li altri li diparte.E quelli a me L onrata nominanza che di lor suona sù ne la tua vita, grazïa acquista in ciel che sì li avanza.
fatta da Dio, sua mercé, tale, che la vostra miseria non mi tange, né fiamma d esto ncendio non m assale.Donna è gentil nel ciel che si compiange di questo mpedimento ov io ti mando, sì che duro giudicio là sù frange.Questa chiese Lucia in suo dimando e disse Or ha bisogno il tuo fedele di te, e io a te lo raccomando.
posato un poco il corpo lasso, ripresi via per la piaggia diserta, sì che l piè fermo sempre era l più basso.Ed ecco, quasi al cominciar de l erta, una lonza leggera e presta molto, che di pel macolato era coverta e non mi si partia dinanzi al volto, anzi mpediva tanto il mio cammino, ch i fui per ritornar più volte vòlto.
Quali colombe dal disio chiamate con l ali alzate e ferme al dolce nido vegnon per l aere, dal voler portate cotali uscir de la schiera ov è Dido, a noi venendo per l aere maligno, sì forte fu l affettüoso grido. O animal grazïoso e benigno che visitando vai per l aere perso noi che tignemmo il mondo di sanguigno, se fosse amico il re de l universo, noi pregheremmo lui de la tua pace, poi c hai pietà del nostro mal perverso.
Così andammo infino a la lumera, parlando cose che l tacere è bello, sì com era l parlar colà dov era.Venimmo al piè d un nobile castello, sette volte cerchiato d alte mura, difeso intorno d un bel fiumicello.Questo passammo come terra dura per sette porte intrai con questi savi giugnemmo in prato di fresca verdura.
udire e che parlar vi piace, noi udiremo e parleremo a voi, mentre che l vento, come fa, ci tace.Siede la terra dove nata fui su la marina dove l Po discende per aver pace co seguaci sui.Amor, ch al cor gentil ratto s apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta e l modo ancor m offende.
convien tenere altro vïaggio, rispuose, poi che lagrimar mi vide, se vuo campar d esto loco selvaggio ché questa bestia, per la qual tu gride, non lascia altrui passar per la sua via, ma tanto lo mpedisce che l uccide e ha natura sì malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia, e dopo l pasto ha più fame che pria.
mondo non fur mai persone ratte a far lor pro o a fuggir lor danno, com io, dopo cotai parole fatte, venni qua giù del mio beato scanno, fidandomi del tuo parlare onesto, ch onora te e quei ch udito l hanno.Poscia che m ebbe ragionato questo, li occhi lucenti lagrimando volse, per che mi fece del venir più presto.
persona accorta Qui si convien lasciare ogne sospetto ogne viltà convien che qui sia morta.Noi siam venuti al loco ov i t ho detto che tu vedrai le genti dolorose c hanno perduto il ben de l intelletto.E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose.
dimmi la cagion che non ti guardi de lo scender qua giuso in questo centro de l ampio loco ove tornar tu ardi. Da che tu vuo saver cotanto a dentro, dirotti brievemente, mi rispuose, perch i non temo di venir qua entro.Temer si dee di sole quelle cose c hanno potenza di fare altrui male de l altre no, ché non son paurose.
Allor fu la paura un poco queta, che nel lago del cor m era durata la notte ch i passai con tanta pieta.E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l acqua perigliosa e guata, così l animo mio, ch ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva.
Ritorna a tua scïenza, che vuol, quanto la cosa è più perfetta, più senta il bene, e così la doglienza.Tutto che questa gente maladetta in vera perfezion già mai non vada, di là più che di qua essere aspetta.Noi aggirammo a tondo quella strada, parlando più assai ch i non ridico venimmo al punto dove si digrada quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
error la testa cinta, dissi Maestro, che è quel ch i odo e che gent è che par nel duol sì vinta.Ed elli a me Questo misero modo tegnon l anime triste di coloro che visser sanza nfamia e sanza lodo.Mischiate sono a quel cattivo coro de li angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l aere sanza stelle, per ch io al cominciar ne lagrimai.Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s aggira sempre in quell aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira.
cantando lor lai, faccendo in aere di sé lunga riga, così vid io venir, traendo guai, ombre portate da la detta briga per ch i dissi Maestro, chi son quelle genti che l aura nera sì gastiga. La prima di color di cui novelle tu vuo saper, mi disse quelli allotta, fu imperadrice di molte favelle.
altri poeti onore e lume, vagliami l lungo studio e l grande amore che m ha fatto cercar lo tuo volume.Tu se lo mio maestro e l mio autore, tu se solo colui da cu io tolsi lo bello stilo che m ha fatto onore.Vedi la bestia per cu io mi volsi aiutami da lei, famoso saggio, ch ella mi fa tremar le vene e i polsi.
Questi parea che contra me venisse con la test alta e con rabbiosa fame, sì che parea che l aere ne tremesse.Ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e molte genti fé già viver grame, questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch uscia di sua vista, ch io perdei la speranza de l altezza.
Giustizia mosse il mio alto fattore fecemi la divina podestate, la somma sapïenza e l primo amore.Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro.Lasciate ogne speranza, voi ch intrate.Queste parole di colore oscuro vid ïo scritte al sommo d una porta per ch io Maestro, il senso lor m è duro.
ritrasser tutte quante insieme, forte piangendo, a la riva malvagia ch attende ciascun uom che Dio non teme.Caron dimonio, con occhi di bragia loro accennando, tutte le raccoglie batte col remo qualunque s adagia.Come d autunno si levan le foglie l una appresso de l altra, fin che l ramo vede a la terra tutte le sue spoglie, similemente il mal seme d Adamo gittansi di quel lito ad una ad una, per cenni come augel per suo richiamo.
quella a me Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria e ciò sa l tuo dottore.Ma s a conoscer la prima radice del nostro amor tu hai cotanto affetto, dirò come colui che piange e dice.Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse soli eravamo e sanza alcun sospetto.
ridir com i v intrai, tant era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai.Ma poi ch i fui al piè d un colle giunto, là dove terminava quella valle che m avea di paura il cor compunto, guardai in alto e vidi le sue spalle vestite già de raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle.
angoscia de le genti che son qua giù, nel viso mi dipigne quella pietà che tu per tema senti.Andiam, ché la via lunga ne sospigne.Così si mise e così mi fé intrare nel primo cerchio che l abisso cigne.Quivi, secondo che per ascoltare, non avea pianto mai che di sospiri che l aura etterna facevan tremare ciò avvenia di duol sanza martìri, ch avean le turbe, ch eran molte e grandi, d infanti e di femmine e di viri.
Oscura e profonda era e nebulosa tanto che, per ficcar lo viso a fondo, io non vi discernea alcuna cosa. Or discendiam qua giù nel cieco mondo, cominciò il poeta tutto smorto. Io sarò primo, e tu sarai secondo.E io, che del color mi fui accorto, dissi Come verrò, se tu paventi che suoli al mio dubbiare esser conforto.
Così discesi del cerchio primaio giù nel secondo, che men loco cinghia e tanto più dolor, che punge a guaio.Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia essamina le colpe ne l intrata giudica e manda secondo ch avvinghia.Dico che quando l anima mal nata li vien dinanzi, tutta si confessa e quel conoscitor de le peccata vede qual loco d inferno è da essa cignesi con la coda tante volte quantunque gradi vuol che giù sia messa.
quest andata onde li dai tu vanto, intese cose che furon cagione di sua vittoria e del papale ammanto.Andovvi poi lo Vas d elezïone, per recarne conforto a quella fede ch è principio a la via di salvazione.Ma io, perché venirvi o chi l concede Io non Enëa, io non Paulo sono me degno a ciò né io né altri l crede.
passavam su per l ombre che adona la greve pioggia, e ponavam le piante sovra lor vanità che par persona.Elle giacean per terra tutte quante, fuor d una ch a seder si levò, ratto ch ella ci vide passarsi davante. O tu che se per questo nferno tratto, mi disse, riconoscimi, se sai tu fosti, prima ch io disfatto, fatto.
occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e l ventre largo, e unghiate le mani graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.Urlar li fa la pioggia come cani de l un de lati fanno a l altro schermo volgonsi spesso i miseri profani.Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le bocche aperse e mostrocci le sanne non avea membro che tenesse fermo.