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Così andammo infino a la lumera, parlando cose che l tacere è bello, sì com era l parlar colà dov era.Venimmo al piè d un nobile castello, sette volte cerchiato d alte mura, difeso intorno d un bel fiumicello.Questo passammo come terra dura per sette porte intrai con questi savi giugnemmo in prato di fresca verdura.

Molti son li animali a cui s ammoglia, e più saranno ancora, infin che l veltro verrà, che la farà morir con doglia.Questi non ciberà terra né peltro, ma sapïenza, amore e virtute, e sua nazion sarà tra feltro e feltro.Di quella umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute.

mondo non fur mai persone ratte a far lor pro o a fuggir lor danno, com io, dopo cotai parole fatte, venni qua giù del mio beato scanno, fidandomi del tuo parlare onesto, ch onora te e quei ch udito l hanno.Poscia che m ebbe ragionato questo, li occhi lucenti lagrimando volse, per che mi fece del venir più presto.

Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d Anchise che venne di Troia, poi che l superbo Ilïón fu combusto.Ma tu perché ritorni a tanta noia perché non sali il dilettoso monte ch è principio e cagion di tutta gioia. Or se tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar sì largo fiume, rispuos io lui con vergognosa fronte.

Questi la caccerà per ogne villa, fin che l avrà rimessa ne lo nferno, là onde nvidia prima dipartilla.Ond io per lo tuo me penso e discerno che tu mi segui, e io sarò tua guida, e trarrotti di qui per loco etterno ove udirai le disperate strida, vedrai li antichi spiriti dolenti, ch a la seconda morte ciascun grida e vederai color che son contenti nel foco, perché speran di venire quando che sia a le beate genti.

Così sen vanno su per l onda bruna, e avanti che sien di là discese, anche di qua nuova schiera s auna. Figliuol mio, disse l maestro cortese, quelli che muoion ne l ira di Dio tutti convegnon qui d ogne paese e pronti sono a trapassar lo rio, ché la divina giustizia li sprona, sì che la tema si volve in disio.

Giusti son due, e non vi sono intesi superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c hanno i cuori accesi.Qui puose fine al lagrimabil suono.E io a lui Ancor vo che mi nsegni e che di più parlar mi facci dono.Farinata e l Tegghiaio, che fuor sì degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e l Mosca e li altri ch a ben far puoser li ngegni, dimmi ove sono e fa ch io li conosca ché gran disio mi stringe di savere se l ciel li addolcia o lo nferno li attosca.

disse a me Più non si desta di qua dal suon de l angelica tromba, quando verrà la nimica podesta ciascun rivederà la trista tomba, ripiglierà sua carne e sua figura, udirà quel ch in etterno rimbomba.Sì trapassammo per sozza mistura de l ombre e de la pioggia, a passi lenti, toccando un poco la vita futura per ch io dissi Maestro, esti tormenti crescerann ei dopo la gran sentenza, o fier minori, o saran sì cocenti.

venni a te così com ella volse d inanzi a quella fiera ti levai che del bel monte il corto andar ti tolse.Dunque che è perché, perché restai, perché tanta viltà nel core allette, perché ardire e franchezza non hai, poscia che tai tre donne benedette curan di te ne la corte del cielo, e l mio parlar tanto ben ti promette.

cittadini mi chiamaste Ciacco per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.E io anima trista non son sola, ché tutte queste a simil pena stanno per simil colpa.E più non fé parola.Io li rispuosi Ciacco, il tuo affanno mi pesa sì, ch a lagrimar mi nvita ma dimmi, se tu sai, a che verranno li cittadin de la città partita s alcun v è giusto e dimmi la cagione per che l ha tanta discordia assalita.

principio del mattino, e l sol montava n sù con quelle stelle ch eran con lui quando l amor divino mosse di prima quelle cose belle sì ch a bene sperar m era cagione di quella fiera a la gaetta pelle l ora del tempo e la dolce stagione ma non sì che paura non mi desse la vista che m apparve d un leone.

venire io m abbandono, temo che la venuta non sia folle.Se savio intendi me ch i non ragiono.E qual è quei che disvuol ciò che volle e per novi pensier cangia proposta, sì che dal cominciar tutto si tolle, tal mi fec ïo n quella oscura costa, perché, pensando, consumai la mpresa che fu nel cominciar cotanto tosta.

dimmi la cagion che non ti guardi de lo scender qua giuso in questo centro de l ampio loco ove tornar tu ardi. Da che tu vuo saver cotanto a dentro, dirotti brievemente, mi rispuose, perch i non temo di venir qua entro.Temer si dee di sole quelle cose c hanno potenza di fare altrui male de l altre no, ché non son paurose.

conte quando noi fermerem li nostri passi su la trista riviera d Acheronte.Allor con li occhi vergognosi e bassi, temendo no l mio dir li fosse grave, infino al fiume del parlar mi trassi.Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando Guai a voi, anime prave Non isperate mai veder lo cielo i vegno per menarvi a l altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e n gelo.

fatta da Dio, sua mercé, tale, che la vostra miseria non mi tange, né fiamma d esto ncendio non m assale.Donna è gentil nel ciel che si compiange di questo mpedimento ov io ti mando, sì che duro giudicio là sù frange.Questa chiese Lucia in suo dimando e disse Or ha bisogno il tuo fedele di te, e io a te lo raccomando.

posato un poco il corpo lasso, ripresi via per la piaggia diserta, sì che l piè fermo sempre era l più basso.Ed ecco, quasi al cominciar de l erta, una lonza leggera e presta molto, che di pel macolato era coverta e non mi si partia dinanzi al volto, anzi mpediva tanto il mio cammino, ch i fui per ritornar più volte vòlto.

Quali colombe dal disio chiamate con l ali alzate e ferme al dolce nido vegnon per l aere, dal voler portate cotali uscir de la schiera ov è Dido, a noi venendo per l aere maligno, sì forte fu l affettüoso grido. O animal grazïoso e benigno che visitando vai per l aere perso noi che tignemmo il mondo di sanguigno, se fosse amico il re de l universo, noi pregheremmo lui de la tua pace, poi c hai pietà del nostro mal perverso.

Poscia ch io v ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto.Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta d i cattivi, a Dio spiacenti e a nemici sui.Questi sciaurati, che mai non fur vivi, erano ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe ch eran ivi.

parola tua intesa, rispuose del magnanimo quell ombra, l anima tua è da viltade offesa la qual molte fïate l omo ingombra sì che d onrata impresa lo rivolve, come falso veder bestia quand ombra.Da questa tema acciò che tu ti solve, dirotti perch io venni e quel ch io ntesi nel primo punto che di te mi dolve.

ntese il mio parlar coverto, rispuose Io era nuovo in questo stato, quando ci vidi venire un possente, con segno di vittoria coronato.Trasseci l ombra del primo parente, d Abèl suo figlio e quella di Noè, di Moïsè legista e ubidente Abraàm patrïarca e Davìd re, Israèl con lo padre e co suoi nati e con Rachele, per cui tanto fé, e altri molti, e feceli beati.

mondo esser non lassa misericordia e giustizia li sdegna non ragioniam di lor, ma guarda e passa.E io, che riguardai, vidi una nsegna che girando correva tanto ratta, che d ogne posa mi parea indegna e dietro le venìa sì lunga tratta di gente, ch i non averei creduto che morte tanta n avesse disfatta.

Eletra con molti compagni, tra quai conobbi Ettòr ed Enea, Cesare armato con li occhi grifagni.Vidi Cammilla e la Pantasilea da l altra parte vidi l re Latino che con Lavina sua figlia sedea.Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia e solo, in parte, vidi l Saladino.

quelli Ei son tra l anime più nere diverse colpe giù li grava al fondo se tanto scendi, là i potrai vedere.Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti ch a la mente altrui mi rechi più non ti dico e più non ti rispondo.Li diritti occhi torse allora in biechi guardommi un poco e poi chinò la testa cadde con essa a par de li altri ciechi.

giorno se n andava, e l aere bruno toglieva li animai che sono in terra da le fatiche loro e io sol uno m apparecchiava a sostener la guerra sì del cammino e sì de la pietate, che ritrarrà la mente che non erra.O muse, o alto ingegno, or m aiutate o mente che scrivesti ciò ch io vidi, qui si parrà la tua nobilitate.

persona accorta Qui si convien lasciare ogne sospetto ogne viltà convien che qui sia morta.Noi siam venuti al loco ov i t ho detto che tu vedrai le genti dolorose c hanno perduto il ben de l intelletto.E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose.

cominciai Poeta, volontieri parlerei a quei due che nsieme vanno, e paion sì al vento esser leggeri.Ed elli a me Vedrai quando saranno più presso a noi e tu allor li priega per quello amor che i mena, ed ei verranno.Sì tosto come il vento a noi li piega, mossi la voce O anime affannate, venite a noi parlar, s altri nol niega.