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Oscura e profonda era e nebulosa tanto che, per ficcar lo viso a fondo, io non vi discernea alcuna cosa. Or discendiam qua giù nel cieco mondo, cominciò il poeta tutto smorto. Io sarò primo, e tu sarai secondo.E io, che del color mi fui accorto, dissi Come verrò, se tu paventi che suoli al mio dubbiare esser conforto.
principio del mattino, e l sol montava n sù con quelle stelle ch eran con lui quando l amor divino mosse di prima quelle cose belle sì ch a bene sperar m era cagione di quella fiera a la gaetta pelle l ora del tempo e la dolce stagione ma non sì che paura non mi desse la vista che m apparve d un leone.
vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta.Ell è Semiramìs, di cui si legge che succedette a Nino e fu sua sposa tenne la terra che l Soldan corregge.L altra è colei che s ancise amorosa, e ruppe fede al cener di Sicheo poi è Cleopatràs lussurïosa.
Ritorna a tua scïenza, che vuol, quanto la cosa è più perfetta, più senta il bene, e così la doglienza.Tutto che questa gente maladetta in vera perfezion già mai non vada, di là più che di qua essere aspetta.Noi aggirammo a tondo quella strada, parlando più assai ch i non ridico venimmo al punto dove si digrada quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
Genti v eran con occhi tardi e gravi, di grande autorità ne lor sembianti parlavan rado, con voci soavi.Traemmoci così da l un de canti, in loco aperto, luminoso e alto, sì che veder si potien tutti quanti.Colà diritto, sovra l verde smalto, mi fuor mostrati li spiriti magni, che del vedere in me stesso m essalto.
error la testa cinta, dissi Maestro, che è quel ch i odo e che gent è che par nel duol sì vinta.Ed elli a me Questo misero modo tegnon l anime triste di coloro che visser sanza nfamia e sanza lodo.Mischiate sono a quel cattivo coro de li angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
fïate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso ma solo un punto fu quel che ci vinse.Quando leggemmo il disïato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante.
Questi la caccerà per ogne villa, fin che l avrà rimessa ne lo nferno, là onde nvidia prima dipartilla.Ond io per lo tuo me penso e discerno che tu mi segui, e io sarò tua guida, e trarrotti di qui per loco etterno ove udirai le disperate strida, vedrai li antichi spiriti dolenti, ch a la seconda morte ciascun grida e vederai color che son contenti nel foco, perché speran di venire quando che sia a le beate genti.
Amor, ch a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m abbandona.Amor condusse noi ad una morte.Caina attende chi a vita ci spense.Queste parole da lor ci fuor porte.Quand io intesi quell anime offense, china il viso, e tanto il tenni basso, fin che l poeta mi disse Che pense.
volontieri acquista, e giugne l tempo che perder lo face, che n tutti suoi pensier piange e s attrista tal mi fece la bestia sanza pace, che, venendomi ncontro, a poco a poco mi ripigneva là dove l sol tace.Mentre ch i rovinava in basso loco, dinanzi a li occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio parea fioco.
ridir com i v intrai, tant era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai.Ma poi ch i fui al piè d un colle giunto, là dove terminava quella valle che m avea di paura il cor compunto, guardai in alto e vidi le sue spalle vestite già de raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle.
Poeta, io ti richeggio per quello Dio che tu non conoscesti, acciò ch io fugga questo male e peggio, che tu mi meni là dov or dicesti, sì ch io veggia la porta di san Pietro e color cui tu fai cotanto mesti.Allor si mosse, e io li tenni dietro.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte vanno a vicenda ciascuna al giudizio, dicono e odono e poi son giù volte. O tu che vieni al doloroso ospizio, disse Minòs a me quando mi vide, lasciando l atto di cotanto offizio, guarda com entri e di cui tu ti fide non t inganni l ampiezza de l intrare.
angoscia che tu hai forse ti tira fuor de la mia mente, sì che non par ch i ti vedessi mai.Ma dimmi chi tu se che n sì dolente loco se messo, e hai sì fatta pena, che, s altra è maggio, nulla è sì spiacente.Ed elli a me La tua città, ch è piena d invidia sì che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena.
udire e che parlar vi piace, noi udiremo e parleremo a voi, mentre che l vento, come fa, ci tace.Siede la terra dove nata fui su la marina dove l Po discende per aver pace co seguaci sui.Amor, ch al cor gentil ratto s apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta e l modo ancor m offende.
giorno se n andava, e l aere bruno toglieva li animai che sono in terra da le fatiche loro e io sol uno m apparecchiava a sostener la guerra sì del cammino e sì de la pietate, che ritrarrà la mente che non erra.O muse, o alto ingegno, or m aiutate o mente che scrivesti ciò ch io vidi, qui si parrà la tua nobilitate.
Questi parea che contra me venisse con la test alta e con rabbiosa fame, sì che parea che l aere ne tremesse.Ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e molte genti fé già viver grame, questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch uscia di sua vista, ch io perdei la speranza de l altezza.
Giusti son due, e non vi sono intesi superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c hanno i cuori accesi.Qui puose fine al lagrimabil suono.E io a lui Ancor vo che mi nsegni e che di più parlar mi facci dono.Farinata e l Tegghiaio, che fuor sì degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e l Mosca e li altri ch a ben far puoser li ngegni, dimmi ove sono e fa ch io li conosca ché gran disio mi stringe di savere se l ciel li addolcia o lo nferno li attosca.
sappi che, dinanzi ad essi, spiriti umani non eran salvati.Non lasciavam l andar perch ei dicessi, ma passavam la selva tuttavia, la selva, dico, di spiriti spessi.Non era lunga ancor la nostra via di qua dal sonno, quand io vidi un foco ch emisperio di tenebre vincia.
Intesi ch a così fatto tormento enno dannati i peccator carnali, che la ragion sommettono al talento.E come li stornei ne portan l ali nel freddo tempo, a schiera larga e piena, così quel fiato li spiriti mali di qua, di là, di giù, di sù li mena nulla speranza li conforta mai, non che di posa, ma di minor pena.
cominciai Poeta che mi guidi, guarda la mia virtù s ell è possente, prima ch a l alto passo tu mi fidi.Tu dici che di Silvïo il parente, corruttibile ancora, ad immortale secolo andò, e fu sensibilmente.Però, se l avversario d ogne male cortese i fu, pensando l alto effetto ch uscir dovea di lui, e l chi e l quale non pare indegno ad omo d intelletto ch e fu de l alma Roma e di suo impero ne l empireo ciel per padre eletto la quale e l quale, a voler dir lo vero, fu stabilita per lo loco santo u siede il successor del maggior Piero.
costì, anima viva, pàrtiti da cotesti che son morti.Ma poi che vide ch io non mi partiva, disse Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare più lieve legno convien che ti porti.E l duca lui Caron, non ti crucciare vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.
venni in loco d ogne luce muto, che mugghia come fa mar per tempesta, se da contrari venti è combattuto.La bufera infernal, che mai non resta, mena li spirti con la sua rapina voltando e percotendo li molesta.Quando giungon davanti a la ruina, quivi le strida, il compianto, il lamento bestemmian quivi la virtù divina.