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quelli a me Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l altra con molta offensione.Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia.Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n aonti.

mondo non fur mai persone ratte a far lor pro o a fuggir lor danno, com io, dopo cotai parole fatte, venni qua giù del mio beato scanno, fidandomi del tuo parlare onesto, ch onora te e quei ch udito l hanno.Poscia che m ebbe ragionato questo, li occhi lucenti lagrimando volse, per che mi fece del venir più presto.

principio del mattino, e l sol montava n sù con quelle stelle ch eran con lui quando l amor divino mosse di prima quelle cose belle sì ch a bene sperar m era cagione di quella fiera a la gaetta pelle l ora del tempo e la dolce stagione ma non sì che paura non mi desse la vista che m apparve d un leone.

maestro a me Tu non dimandi che spiriti son questi che tu vedi Or vo che sappi, innanzi che più andi, ch ei non peccaro e s elli hanno mercedi, non basta, perché non ebber battesmo, ch è porta de la fede che tu credi e s e furon dinanzi al cristianesmo, non adorar debitamente a Dio e di questi cotai son io medesmo.

difetti, non per altro rio, semo perduti, e sol di tanto offesi che sanza speme vivemo in disio.Gran duol mi prese al cor quando lo ntesi, però che gente di molto valore conobbi che n quel limbo eran sospesi. Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore, comincia io per voler esser certo di quella fede che vince ogne errore uscicci mai alcuno, o per suo merto o per altrui, che poi fosse beato.

Questi parea che contra me venisse con la test alta e con rabbiosa fame, sì che parea che l aere ne tremesse.Ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e molte genti fé già viver grame, questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch uscia di sua vista, ch io perdei la speranza de l altezza.

posato un poco il corpo lasso, ripresi via per la piaggia diserta, sì che l piè fermo sempre era l più basso.Ed ecco, quasi al cominciar de l erta, una lonza leggera e presta molto, che di pel macolato era coverta e non mi si partia dinanzi al volto, anzi mpediva tanto il mio cammino, ch i fui per ritornar più volte vòlto.

Però che ciascun meco si convene nel nome che sonò la voce sola, fannomi onore, e di ciò fanno bene.Così vid i adunar la bella scola di quel segnor de l altissimo canto che sovra li altri com aquila vola.Da ch ebber ragionato insieme alquanto, volsersi a me con salutevol cenno, e l mio maestro sorrise di tanto e più d onore ancora assai mi fenno, ch e sì mi fecer de la loro schiera, sì ch io fui sesto tra cotanto senno.

occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e l ventre largo, e unghiate le mani graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.Urlar li fa la pioggia come cani de l un de lati fanno a l altro schermo volgonsi spesso i miseri profani.Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le bocche aperse e mostrocci le sanne non avea membro che tenesse fermo.

Poscia ch io v ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto.Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta d i cattivi, a Dio spiacenti e a nemici sui.Questi sciaurati, che mai non fur vivi, erano ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe ch eran ivi.

Quali fioretti dal notturno gelo chinati e chiusi, poi che l sol li mbianca, si drizzan tutti aperti in loro stelo, tal mi fec io di mia virtude stanca, e tanto buono ardire al cor mi corse, ch i cominciai come persona franca Oh pietosa colei che mi soccorse e te cortese ch ubidisti tosto a le vere parole che ti porse Tu m hai con disiderio il cor disposto sì al venir con le parole tue, ch i son tornato nel primo proposto.

cittadini mi chiamaste Ciacco per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.E io anima trista non son sola, ché tutte queste a simil pena stanno per simil colpa.E più non fé parola.Io li rispuosi Ciacco, il tuo affanno mi pesa sì, ch a lagrimar mi nvita ma dimmi, se tu sai, a che verranno li cittadin de la città partita s alcun v è giusto e dimmi la cagione per che l ha tanta discordia assalita.

persona accorta Qui si convien lasciare ogne sospetto ogne viltà convien che qui sia morta.Noi siam venuti al loco ov i t ho detto che tu vedrai le genti dolorose c hanno perduto il ben de l intelletto.E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose.

parola tua intesa, rispuose del magnanimo quell ombra, l anima tua è da viltade offesa la qual molte fïate l omo ingombra sì che d onrata impresa lo rivolve, come falso veder bestia quand ombra.Da questa tema acciò che tu ti solve, dirotti perch io venni e quel ch io ntesi nel primo punto che di te mi dolve.

vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna con lei ti lascerò nel mio partire ché quello imperador che là sù regna, perch i fu ribellante a la sua legge, non vuol che n sua città per me si vegna.In tutte parti impera e quivi regge quivi è la sua città e l alto seggio oh felice colui cu ivi elegge.

cantando lor lai, faccendo in aere di sé lunga riga, così vid io venir, traendo guai, ombre portate da la detta briga per ch i dissi Maestro, chi son quelle genti che l aura nera sì gastiga. La prima di color di cui novelle tu vuo saper, mi disse quelli allotta, fu imperadrice di molte favelle.

innalzai un poco più le ciglia, vidi l maestro di color che sanno seder tra filosofica famiglia.Tutti lo miran, tutti onor li fanno quivi vid ïo Socrate e Platone, che nnanzi a li altri più presso li stanno Democrito che l mondo a caso pone, Dïogenès, Anassagora e Tale, Empedoclès, Eraclito e Zenone e vidi il buono accoglitor del quale, Dïascoride dico e vidi Orfeo, Tulïo e Lino e Seneca morale Euclide geomètra e Tolomeo, Ipocràte, Avicenna e Galïeno, Averoìs, che l gran comento feo.

conte quando noi fermerem li nostri passi su la trista riviera d Acheronte.Allor con li occhi vergognosi e bassi, temendo no l mio dir li fosse grave, infino al fiume del parlar mi trassi.Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando Guai a voi, anime prave Non isperate mai veder lo cielo i vegno per menarvi a l altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e n gelo.

Molti son li animali a cui s ammoglia, e più saranno ancora, infin che l veltro verrà, che la farà morir con doglia.Questi non ciberà terra né peltro, ma sapïenza, amore e virtute, e sua nazion sarà tra feltro e feltro.Di quella umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute.

venire io m abbandono, temo che la venuta non sia folle.Se savio intendi me ch i non ragiono.E qual è quei che disvuol ciò che volle e per novi pensier cangia proposta, sì che dal cominciar tutto si tolle, tal mi fec ïo n quella oscura costa, perché, pensando, consumai la mpresa che fu nel cominciar cotanto tosta.

Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d Anchise che venne di Troia, poi che l superbo Ilïón fu combusto.Ma tu perché ritorni a tanta noia perché non sali il dilettoso monte ch è principio e cagion di tutta gioia. Or se tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar sì largo fiume, rispuos io lui con vergognosa fronte.

cominciai Poeta che mi guidi, guarda la mia virtù s ell è possente, prima ch a l alto passo tu mi fidi.Tu dici che di Silvïo il parente, corruttibile ancora, ad immortale secolo andò, e fu sensibilmente.Però, se l avversario d ogne male cortese i fu, pensando l alto effetto ch uscir dovea di lui, e l chi e l quale non pare indegno ad omo d intelletto ch e fu de l alma Roma e di suo impero ne l empireo ciel per padre eletto la quale e l quale, a voler dir lo vero, fu stabilita per lo loco santo u siede il successor del maggior Piero.