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Giustizia mosse il mio alto fattore fecemi la divina podestate, la somma sapïenza e l primo amore.Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro.Lasciate ogne speranza, voi ch intrate.Queste parole di colore oscuro vid ïo scritte al sommo d una porta per ch io Maestro, il senso lor m è duro.

Così andammo infino a la lumera, parlando cose che l tacere è bello, sì com era l parlar colà dov era.Venimmo al piè d un nobile castello, sette volte cerchiato d alte mura, difeso intorno d un bel fiumicello.Questo passammo come terra dura per sette porte intrai con questi savi giugnemmo in prato di fresca verdura.

Allor fu la paura un poco queta, che nel lago del cor m era durata la notte ch i passai con tanta pieta.E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l acqua perigliosa e guata, così l animo mio, ch ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva.

Quando vidi costui nel gran diserto, Miserere di me, gridai a lui, qual che tu sii, od ombra od omo certo.Rispuosemi Non omo, omo già fui, e li parenti miei furon lombardi, mantoani per patrïa ambedui.Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, e vissi a Roma sotto l buono Augusto nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Ruppemi l alto sonno ne la testa un greve truono, sì ch io mi riscossi come persona ch è per forza desta e l occhio riposato intorno mossi, dritto levato, e fiso riguardai per conoscer lo loco dov io fossi.Vero è che n su la proda mi trovai de la valle d abisso dolorosa che ntrono accoglie d infiniti guai.

Quando rispuosi, cominciai Oh lasso, quanti dolci pensier, quanto disio menò costoro al doloroso passo.Poi mi rivolsi a loro e parla io, e cominciai Francesca, i tuoi martìri a lagrimar mi fanno tristo e pio.Ma dimmi al tempo d i dolci sospiri, a che e come concedette amore che conosceste i dubbiosi disiri.

Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l aere sanza stelle, per ch io al cominciar ne lagrimai.Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s aggira sempre in quell aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira.

cantando lor lai, faccendo in aere di sé lunga riga, così vid io venir, traendo guai, ombre portate da la detta briga per ch i dissi Maestro, chi son quelle genti che l aura nera sì gastiga. La prima di color di cui novelle tu vuo saper, mi disse quelli allotta, fu imperadrice di molte favelle.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte vanno a vicenda ciascuna al giudizio, dicono e odono e poi son giù volte. O tu che vieni al doloroso ospizio, disse Minòs a me quando mi vide, lasciando l atto di cotanto offizio, guarda com entri e di cui tu ti fide non t inganni l ampiezza de l intrare.

difetti, non per altro rio, semo perduti, e sol di tanto offesi che sanza speme vivemo in disio.Gran duol mi prese al cor quando lo ntesi, però che gente di molto valore conobbi che n quel limbo eran sospesi. Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore, comincia io per voler esser certo di quella fede che vince ogne errore uscicci mai alcuno, o per suo merto o per altrui, che poi fosse beato.

parola tua intesa, rispuose del magnanimo quell ombra, l anima tua è da viltade offesa la qual molte fïate l omo ingombra sì che d onrata impresa lo rivolve, come falso veder bestia quand ombra.Da questa tema acciò che tu ti solve, dirotti perch io venni e quel ch io ntesi nel primo punto che di te mi dolve.

maestro a me Tu non dimandi che spiriti son questi che tu vedi Or vo che sappi, innanzi che più andi, ch ei non peccaro e s elli hanno mercedi, non basta, perché non ebber battesmo, ch è porta de la fede che tu credi e s e furon dinanzi al cristianesmo, non adorar debitamente a Dio e di questi cotai son io medesmo.

vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta.Ell è Semiramìs, di cui si legge che succedette a Nino e fu sua sposa tenne la terra che l Soldan corregge.L altra è colei che s ancise amorosa, e ruppe fede al cener di Sicheo poi è Cleopatràs lussurïosa.

angoscia de le genti che son qua giù, nel viso mi dipigne quella pietà che tu per tema senti.Andiam, ché la via lunga ne sospigne.Così si mise e così mi fé intrare nel primo cerchio che l abisso cigne.Quivi, secondo che per ascoltare, non avea pianto mai che di sospiri che l aura etterna facevan tremare ciò avvenia di duol sanza martìri, ch avean le turbe, ch eran molte e grandi, d infanti e di femmine e di viri.

disse a me Più non si desta di qua dal suon de l angelica tromba, quando verrà la nimica podesta ciascun rivederà la trista tomba, ripiglierà sua carne e sua figura, udirà quel ch in etterno rimbomba.Sì trapassammo per sozza mistura de l ombre e de la pioggia, a passi lenti, toccando un poco la vita futura per ch io dissi Maestro, esti tormenti crescerann ei dopo la gran sentenza, o fier minori, o saran sì cocenti.

fïate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso ma solo un punto fu quel che ci vinse.Quando leggemmo il disïato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante.

volontieri acquista, e giugne l tempo che perder lo face, che n tutti suoi pensier piange e s attrista tal mi fece la bestia sanza pace, che, venendomi ncontro, a poco a poco mi ripigneva là dove l sol tace.Mentre ch i rovinava in basso loco, dinanzi a li occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio parea fioco.

fatta da Dio, sua mercé, tale, che la vostra miseria non mi tange, né fiamma d esto ncendio non m assale.Donna è gentil nel ciel che si compiange di questo mpedimento ov io ti mando, sì che duro giudicio là sù frange.Questa chiese Lucia in suo dimando e disse Or ha bisogno il tuo fedele di te, e io a te lo raccomando.

convien tenere altro vïaggio, rispuose, poi che lagrimar mi vide, se vuo campar d esto loco selvaggio ché questa bestia, per la qual tu gride, non lascia altrui passar per la sua via, ma tanto lo mpedisce che l uccide e ha natura sì malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia, e dopo l pasto ha più fame che pria.

innalzai un poco più le ciglia, vidi l maestro di color che sanno seder tra filosofica famiglia.Tutti lo miran, tutti onor li fanno quivi vid ïo Socrate e Platone, che nnanzi a li altri più presso li stanno Democrito che l mondo a caso pone, Dïogenès, Anassagora e Tale, Empedoclès, Eraclito e Zenone e vidi il buono accoglitor del quale, Dïascoride dico e vidi Orfeo, Tulïo e Lino e Seneca morale Euclide geomètra e Tolomeo, Ipocràte, Avicenna e Galïeno, Averoìs, che l gran comento feo.

posato un poco il corpo lasso, ripresi via per la piaggia diserta, sì che l piè fermo sempre era l più basso.Ed ecco, quasi al cominciar de l erta, una lonza leggera e presta molto, che di pel macolato era coverta e non mi si partia dinanzi al volto, anzi mpediva tanto il mio cammino, ch i fui per ritornar più volte vòlto.