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error la testa cinta, dissi Maestro, che è quel ch i odo e che gent è che par nel duol sì vinta.Ed elli a me Questo misero modo tegnon l anime triste di coloro che visser sanza nfamia e sanza lodo.Mischiate sono a quel cattivo coro de li angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
quelli a me Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l altra con molta offensione.Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia.Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n aonti.
Così andammo infino a la lumera, parlando cose che l tacere è bello, sì com era l parlar colà dov era.Venimmo al piè d un nobile castello, sette volte cerchiato d alte mura, difeso intorno d un bel fiumicello.Questo passammo come terra dura per sette porte intrai con questi savi giugnemmo in prato di fresca verdura.
Così discesi del cerchio primaio giù nel secondo, che men loco cinghia e tanto più dolor, che punge a guaio.Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia essamina le colpe ne l intrata giudica e manda secondo ch avvinghia.Dico che quando l anima mal nata li vien dinanzi, tutta si confessa e quel conoscitor de le peccata vede qual loco d inferno è da essa cignesi con la coda tante volte quantunque gradi vuol che giù sia messa.
quella a me Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria e ciò sa l tuo dottore.Ma s a conoscer la prima radice del nostro amor tu hai cotanto affetto, dirò come colui che piange e dice.Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Giusti son due, e non vi sono intesi superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c hanno i cuori accesi.Qui puose fine al lagrimabil suono.E io a lui Ancor vo che mi nsegni e che di più parlar mi facci dono.Farinata e l Tegghiaio, che fuor sì degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e l Mosca e li altri ch a ben far puoser li ngegni, dimmi ove sono e fa ch io li conosca ché gran disio mi stringe di savere se l ciel li addolcia o lo nferno li attosca.
Però che ciascun meco si convene nel nome che sonò la voce sola, fannomi onore, e di ciò fanno bene.Così vid i adunar la bella scola di quel segnor de l altissimo canto che sovra li altri com aquila vola.Da ch ebber ragionato insieme alquanto, volsersi a me con salutevol cenno, e l mio maestro sorrise di tanto e più d onore ancora assai mi fenno, ch e sì mi fecer de la loro schiera, sì ch io fui sesto tra cotanto senno.
Intesi ch a così fatto tormento enno dannati i peccator carnali, che la ragion sommettono al talento.E come li stornei ne portan l ali nel freddo tempo, a schiera larga e piena, così quel fiato li spiriti mali di qua, di là, di giù, di sù li mena nulla speranza li conforta mai, non che di posa, ma di minor pena.
Ruppemi l alto sonno ne la testa un greve truono, sì ch io mi riscossi come persona ch è per forza desta e l occhio riposato intorno mossi, dritto levato, e fiso riguardai per conoscer lo loco dov io fossi.Vero è che n su la proda mi trovai de la valle d abisso dolorosa che ntrono accoglie d infiniti guai.
cominciai Poeta, volontieri parlerei a quei due che nsieme vanno, e paion sì al vento esser leggeri.Ed elli a me Vedrai quando saranno più presso a noi e tu allor li priega per quello amor che i mena, ed ei verranno.Sì tosto come il vento a noi li piega, mossi la voce O anime affannate, venite a noi parlar, s altri nol niega.
Poeta, io ti richeggio per quello Dio che tu non conoscesti, acciò ch io fugga questo male e peggio, che tu mi meni là dov or dicesti, sì ch io veggia la porta di san Pietro e color cui tu fai cotanto mesti.Allor si mosse, e io li tenni dietro.
Quali colombe dal disio chiamate con l ali alzate e ferme al dolce nido vegnon per l aere, dal voler portate cotali uscir de la schiera ov è Dido, a noi venendo per l aere maligno, sì forte fu l affettüoso grido. O animal grazïoso e benigno che visitando vai per l aere perso noi che tignemmo il mondo di sanguigno, se fosse amico il re de l universo, noi pregheremmo lui de la tua pace, poi c hai pietà del nostro mal perverso.
Lucia, nimica di ciascun crudele, si mosse, e venne al loco dov i era, che mi sedea con l antica Rachele.Disse Beatrice, loda di Dio vera, ché non soccorri quei che t amò tanto, ch uscì per te de la volgare schiera Non odi tu la pieta del suo pianto, non vedi tu la morte che l combatte su la fiumana ove l mar non ha vanto.