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giorno se n andava e l aere bruno toglieva li animai Urlar li fa la pioggia come cani de l un de lati fanno a l altro quasi al cominciar de l erta una lonza leggera e presta molto passavam su per l ombre che adona la greve pioggia e ponavam tornar de la mente che si chiuse dinanzi a la pietà Però che ciascun meco si convene nel nome che sonò Poscia che m ebbe ragionato questo li occhi lucenti lagrimando altri poeti onore e lume vagliami l lungo studio e l grande amore affannata uscito fuor del pelago a la riva si volge a l acqua angoscia de le genti che son qua giù nel viso mi dipigne quella Giustizia mosse il mio alto fattore fecemi la divina podestate udire e che parlar vi piace noi udiremo e parleremo a voi mentre quest andata onde li dai tu vanto intese cose che furon cagione Stavvi Minòs orribilmente e ringhia essamina le colpe ne l intrata dimmi al tempo d i dolci sospiri a che e come concedette amore Poeta io ti richeggio per quello Dio che tu non conoscesti acciò lungi n eravamo ancora un poco ma non sì ch io non discernessi Disse Beatrice loda di Dio vera ché non soccorri venni in loco d ogne luce muto che mugghia come fa mar per tempesta mondo non fur mai persone ratte a far lor pro o a fuggir Così andammo infino a la lumera parlando cose che l tacere vieni al doloroso ospizio disse Minòs a me quando mi vide lasciando terzo cerchio de la piova etterna maladetta fredda e greve regola altra è colei che s ancise amorosa e ruppe fede al cener Tutti lo miran tutti onor li fanno quivi vid ïo Socrate e Platone bestia per cu io mi volsi aiutami da lei famoso saggio Così vid i adunar la bella scola di quel segnor de l altissimo Quando ci scorse Cerbero il gran vermo le bocche aperse e mostrocci autunno si levan le foglie l una appresso de l altra mondo esser non lassa misericordia e giustizia li sdegna costì anima viva pàrtiti da cotesti che son morti posato un poco il corpo lasso ripresi via per la piaggia diserta Questo misero modo tegnon l anime triste di coloro che visser Quinci non passa mai anima buona e però se Caron di te si lagna discendiam qua giù nel cieco mondo cominciò il poeta tutto Rispuosemi Non omo omo già fui e li parenti miei furon lombardi Caccianli i ciel per non esser men belli né lo profondo inferno colle giunto là dove terminava quella valle che m avea di paura Ruppemi l alto sonno ne la testa un greve truono Questi non ciberà terra né peltro ma sapïenza amore e virtute Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta d i cattivi Così li dissi e poi che mosso fue intrai per lo cammino incomincian le dolenti note a farmisi sentire or son venuto