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venuti al loco ov i t ho detto che tu vedrai le genti dolorose dimmi la cagion che non ti guardi de lo scender qua giuso Silvïo il parente corruttibile ancora ad immortale secolo andò rivolsi a loro e parla io e cominciai Francesca i tuoi martìri quando l anima mal nata li vien dinanzi tutta si confessa posso ritrar di tutti a pieno però che sì mi caccia il lungo quelli Ei son tra l anime più nere diverse colpe giù li grava Quali fioretti dal notturno gelo chinati e chiusi diritti occhi torse allora in biechi guardommi Siede la terra dove nata fui su la marina dove l Po discende Questo misero modo tegnon l anime triste di coloro che visser Quinci fuor quete le lanose gote al nocchier de la livida palude terrà lungo tempo le fronti tenendo l altra sotto gravi Tutti lo miran tutti onor li fanno quivi vid ïo Socrate e Platone color mi fui accorto dissi Come verrò se tu paventi che suoli disvuol ciò che volle e per novi pensier cangia proposta Caccianli i ciel per non esser men belli né lo profondo inferno bestia per cu io mi volsi aiutami da lei famoso saggio perché venirvi o chi l concede Io non Enëa io non Paulo Quando leggemmo il disïato riso esser basciato da cotanto amante Ancor vo che mi nsegni e che di più parlar mi facci terzo cerchio de la piova etterna maladetta fredda e greve regola Lucevan li occhi suoi più che la stella e cominciommi Caron non ti crucciare vuolsi così colà dove si puote Quando sarò dinanzi al segnor mio di te mi loderò sovente Venimmo al piè d un nobile castello sette volte cerchiato Quando giungon davanti a la ruina quivi le strida il compianto disse a me Più non si desta di qua dal suon de l angelica tromba Vedrai quando saranno più presso a noi e tu allor li priega Mischiate sono a quel cattivo coro de li angeli che non furon animal grazïoso e benigno che visitando vai per l aere perso Finito questo la buia campagna tremò sì forte che de lo spavento lasciavam l andar perch ei dicessi ma passavam la selva tuttavia venni in loco d ogne luce muto che mugghia come fa mar per tempesta Questi non ciberà terra né peltro ma sapïenza amore e virtute quelli a me L onrata nominanza che di lor suona aggirammo a tondo quella strada parlando più assai Dunque che è perché perché restai perché tanta viltà maestro e l mio autore tu se solo colui da cu io tolsi lo bello Poeta fui e cantai di quel giusto figliuol d Anchise che venne vieni al doloroso ospizio disse Minòs a me quando mi vide lasciando passavam su per l ombre che adona la greve pioggia e ponavam Grandine grossa acqua tinta e neve per l aere tenebroso si riversa