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quelli Ei son tra l anime più nere diverse colpe giù li grava Mentre ch i rovinava in basso loco dinanzi a li occhi Nacqui sub Iulio ancor che fosse tardi e vissi a Roma sotto Poscia ch io v ebbi alcun riconosciuto vidi e conobbi l ombra Quali colombe dal disio chiamate con l ali alzate e ferme ridir com i v intrai tant era pien di sonno a quel punto disse a me Più non si desta di qua dal suon de l angelica tromba Urlar li fa la pioggia come cani de l un de lati fanno a l altro Quinci non passa mai anima buona e però se Caron di te si lagna Quando giungon davanti a la ruina quivi le strida il compianto nullo amato amar perdona mi prese del costui piacer sì forte Tacette allora e poi comincia io O donna di virtù color mi fui accorto dissi Come verrò se tu paventi che suoli Perché pur gride Non impedir lo suo fatale andare vuolsi così maestro e l mio autore tu se solo colui da cu io tolsi lo bello Stavvi Minòs orribilmente e ringhia essamina le colpe ne l intrata Galeotto fu l libro e chi lo scrisse quel giorno giorno se n andava e l aere bruno toglieva li animai quando tu sarai nel dolce mondo priegoti ch a la mente altrui mondo esser non lassa misericordia e giustizia li sdegna restata e queta vidi quattro grand ombre a noi venire sembianz altri poeti onore e lume vagliami l lungo studio e l grande amore bufera infernal che mai non resta mena li spirti con la sua rapina Farinata e l Tegghiaio che fuor sì degni Iacopo Rusticucci Arrigo Grandine grossa acqua tinta e neve per l aere tenebroso si riversa Questi non ciberà terra né peltro ma sapïenza amore e virtute posato un poco il corpo lasso ripresi via per la piaggia diserta Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta d i cattivi venni in loco d ogne luce muto che mugghia come fa mar per tempesta colle giunto là dove terminava quella valle che m avea di paura gentil ratto s apprende prese costui de la bella persona mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura rispuosi Ciacco il tuo affanno mi pesa sì ch a lagrimar mi nvita Giusti son due e non vi sono intesi superbia invidia e avarizia angoscia de le genti che son qua giù nel viso mi dipigne quella vizio di lussuria fu sì rotta che libito fé licito in sua legge Poscia ch io ebbi l mio dottore udito nomar le donne antiche incomincian le dolenti note a farmisi sentire or son venuto Però se l avversario d ogne male cortese i fu pensando Questo misero modo tegnon l anime triste di coloro che visser