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Poscia che m ebbe ragionato questo li occhi lucenti lagrimando maestro a me Tu non dimandi che spiriti son questi trapassammo per sozza mistura de l ombre e de la pioggia a passi Questo misero modo tegnon l anime triste di coloro che visser Diverse lingue orribili favelle parole di dolore accenti perché venirvi o chi l concede Io non Enëa io non Paulo maestro cominciò a dire Mira colui con quella spada Dimmi maestro mio dimmi segnore comincia io per voler esser certo prese al cor quando lo ntesi però che gente di molto valore occhi ha vermigli la barba unta e atra e l ventre largo e unghiate Poscia ch io v ebbi alcun riconosciuto vidi e conobbi l ombra affannata uscito fuor del pelago a la riva si volge a l acqua Colà diritto sovra l verde smalto mi fuor mostrati li spiriti Disse Beatrice loda di Dio vera ché non soccorri città dolente per me si va ne l etterno dolore Quivi sospiri pianti e alti guai risonavan per l aere sanza stelle Tutti lo miran tutti onor li fanno quivi vid ïo Socrate e Platone Sempre dinanzi a lui ne stanno molte vanno a vicenda ciascuna partiva disse Per altra via per altri porti verrai a piaggia maestro e l mio autore tu se solo colui da cu io tolsi lo bello tutte parti impera e quivi regge quivi è la sua città anima trista non son sola ché tutte queste a simil pena stanno difetti non per altro rio semo perduti e sol di tanto offesi terzo cerchio de la piova etterna maladetta fredda e greve regola Mentre che l uno spirto questo disse l altro piangëa Nacqui sub Iulio ancor che fosse tardi e vissi a Roma sotto saver cotanto a dentro dirotti brievemente mi rispuose perch venni a te così com ella volse d inanzi a quella fiera ti levai Giusti son due e non vi sono intesi superbia invidia e avarizia color mi fui accorto dissi Come verrò se tu paventi che suoli cominciai Poeta che mi guidi guarda la mia virtù s ell è possente lunga ancor la nostra via di qua dal sonno quand vieni al doloroso ospizio disse Minòs a me quando mi vide lasciando Così vid i adunar la bella scola di quel segnor de l altissimo Quando ci scorse Cerbero il gran vermo le bocche aperse e mostrocci Figliuol mio disse l maestro cortese quelli che muoion abbaiando agogna e si racqueta poi che l pasto morde